… ci siamo. Il momento è finalmente giunto, siamo in 3. Triangolo perfetto. Dannazione che faticaccia. Al diavolo quando vi dicono che durante il parto è solo la donna a fare tutta la fatica, certo noi non proviamo nessun dolore fisico, ma di sicuro sentiamo un peso psicologico notevole e per certi versi immane. Ma andiamo con ordine.

ritardo

Il giorno della scadenza ipotizzata era già alle nostre spalle, cominciavamo ad essere un po’ tesi, anche se non sapevamo bene per cosa. I giorni passavano lenti, lei ogni tanto mi diceva di avere delle contrazioni, e io didattico e razionale pensavo alle discussioni fatte con l’ostetrica qualche mese prima: “Ricordatevi che le contrazioni che ci interessano devono essere dolorose e non solo fastidiose!”. Io feci tesoro di quelle parole e ogni qualvolta che la mia signora mi diceva di averne, instauravamo una discussione sulla soglia del dolore e sul limite che separa il fastidio dalla sofferenza, ovviamente lei, in maniera molto composta mi diceva di andare ‘affa…lo, ed è proprio grazie a quella compostezza che capivo che in realtà eravamo ancora parecchio lontani.

contrazioni

 

In fin dei conti, prima del grande giorno, rimanemmo una coppia da manuale, tutto era avvenuto secondo la statistica positiva e probatoria. Volevamo a tutti i costi fare tesoro dei consigli appresi, aspettammo anche quando le prime “vere” contrazioni dolorose non si fecero sentire in maniera più forte ma soprattutto più costanti. E fu così che una sera dopo cena sentii nell’aria qualcosa di strano, un non so che di tensione, elettricità, un suono… infatti, erano le urla di dolore della mia consorte. Calcolai con lo smartphone i minuti che passavano tra una contrazione e l’altra, segnandomi durata, intensità e respiro, preparai un grafico degno di un dottorando in fisica teorica, che Sheldon Cooper spiacciame casa.

grafico

Tutto era pronto: borsa fatta, serbatoio della macchina pieno, link di Amazon salvato sul desktop per poter acquistare, in tempo reale, 10 tutine dei supereroi di cui 9 di Batman e l’altra di Bruce Wayne. Mentre aspettavo che i picchi sul mio grafico si facessero più vicini e più alti, vista la tensione alle stelle, ne approfittai e feci un pisolo. Mi svegliai di colpo dal soave e prode compagno divano (03:30 a.m.) e mi alzai in cerca della mia dolce metà. La trovai in bagno, piegata in due sul water, come una fisarmonica: “Staavovenendasvegliartiiiiii (contrazione)”, la guardai e all’unisono:”Andiamo!”. Durante il viaggio in macchina:  rigoroso silenzio. Arrivammo in reparto e dopo una veloce controllatina scoprimmo di essere già dilatati di 4 cm (da manuale). Ci spostammo quindi nella stanza preparto da soli, con un letto inutilizzabile e una miriade di oggetti su cui: salire, scendere, sedersi, muoversi, galleggiare, appendersi, rimbalzare, far canestro… ma non era propriamente il momento di fare del sarcasmo. Dopo aver testato la maggior parte di quelle carabattole, optammo per inginocchiarci sul pavimento e stenderci, all’esorcista, sul letto, posizione che continuammo a cambiare, modificandola, migliorandola, semplificandola per poi ritornare genuflessi. Durante quegli spostamenti dovetti: passarle fazzoletti di carta per il moccio al naso in stile Morla de La Storia Infinita, burro di cacao per le labbra secche tipo Zombie di Romero, acqua per la gola arida tipo Mad Max – Fury Road, e la accompagnavo ogni 8-9 minuti a fare pipì, che manco Benigni ne Il Piccolo Diavolo. Una macchina perfetta e ben collaudata!

tuttofare

Il tempo passava, era diventato tutto talmente metodico e coerente che le ore venivano scandite dalle contrazioni e non più dalle lancette dell’orologio. Ci ritrovammo, in un batter di ciglio di bradipo, dopo 5 ore, (da manuale) in sala parto. Ora. Non racconterò nello specifico cosa accadde durante quei 125 minuti, anche perché rischierei di diventare troppo trash. Riflettendo però a mente rilassata e scevra da pensieri e dolori, quello è stato un locale e un momento decisamente bizzarro. Un luogo pieno di dolenza fisica e colmo di amore inestimabile. Dove dall’esterno si possono udire urla di dolore estremo e urla di pianti primordiali. La pelle, i muscoli, le ossa, ma anche il sangue, gli ormoni, la merda e il sudore si mescolano per dar vita ad nuovo cucciolo di uomo pallido, raggrinzito e grosso, tanto grosso da faticare ad uscire e metterci tutti in difficoltà… e lì il tuo tempo si ferma, inchioda bruscamente senza preavviso, il tuo corpo viene scaraventato come contro un muro: la mente si svuota, le ginocchia cedono, le ossa liquefanno e rimani appoggiato al letto soltanto perché i muscoli si sono irrigiditi di colpo.  Ma non ci sei solo tu. Non puoi permetterti questo stupido ed avaro egoismo, quindi sopporti lo spasimo nauseante e ingoi l’oblio. Mentre questo sussistere ti divora, strappandoti e lacerandoti lo stomaco, le tue orecchie sentono da lontano un vagito vitale… e il tuo cuore torna a battere insieme alle lancette del tempo, cancellando in un solo momento l’incubo infinito. Cercando conforto, disperato, trovi uno sguardo. Occhi che da sempre ti completano, e che danno il giusto colore alla tua vita, sono corroborati da uno strano scintillio, che mai avevi visto prima, o meglio, che già era presente ma che non aveva mai sfolgorato come in quel momento. Era il 29 Luglio del 2016, ore 12:12 in quel preciso istante diventammo un nuovo noi. I vertici di un triangolo. Un triangolo che potrà avere cateti di diversa lunghezza ma che saranno sempre uniti sinergicamente a formare qualcosa di più articolato, più grande: una famiglia.

triangolo_greco

-Niente panico tutto è meccanico-

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